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Street Fighter – Sarà un pugno sui denti?

Il 15 ottobre esce nelle sale Street Fighter, tratto da uno dei videogiochi arcade di maggior successo, il film vuole riportare in auge il titolo dopo la pellicola del 1994, magari superandone gli incassi e prefiggendosi l’obiettivo di iniziare una nuova saga cinematografica

Ricordo ancora quando ero un bambino e d’estate andavo al mare con nonna, ma non essendo propriamente amante della spiaggia passavo il mio tempo in sala giochi, tra i vari cabinati la mia scelta ricadeva sempre sugli stessi titoli e uno di questi era: Street Fighter.

Diciamocelo chiaramente, ero una pippa e le combo le facevo totalmente a caso, nei tornei finivo sempre tra gli ultimi (ero decisamente meglio in altri titoli), ma nonostante tutto l’aura mistica attorno a quel videogioco mi attirava sempre e negli anni ci continuai a giocare anche su console, sempre con scarsi risultati.

Nel mezzo ci fu quel film trash con protagonista Van Damme che fu il primo Street Fighter del 1994, una pellicola che aveva come assoluto protagonista Guile, ma a parte i nomi dei personaggi del videogioco non aveva un vero punto d’incontro con le dinamiche del videogame.

Nonostante tutto, nonostante le critiche e nonostante io me lo ricordi ancora come un film tragico, il botteghino diede ragione a chi decise di realizzare questo film con circa 100 milioni di incassi a fronte di 35 milioni spesi.

Quando scoprì della produzione di Street Fighter le aspettativa non erano altissime, portare sul grande schermo un videogioco non è mai facile, però quando vidi il primo trailer di questa nuova trasposizione rimasi quasi stupito: “vuoi vedere che si sono impegnati per tirare fuori qualcosa di decente?”

Il secondo trailer iniziò ad instillarmi qualche dubbio, ma rimasi speranzoso che una volta al cinema avrei visto il torneo che tante volte ho perso in sala giochi, ma solo perché sono sempre stato una pippa con le combo.

Sarà riuscito questo Street Fighter a farmi godere dei combattimenti e di una pellicola che finalmente da il giusto merito al picchiaduro simbolo di un’epoca? scopriamolo assieme.

Trama senza spoiler

Partiamo dalle basi, perché se c’era una cosa che noi ragazzini cresciuti a pane e monetine da duecento lire chiedevamo all’universo, era semplicemente vedere il maledetto torneo.

Niente invasioni di truppe blu improbabili con caschi di plastica, niente geopolitica da quattro soldi: volevamo il World Warrior Tournament, quel ring globale dove gente che si allena nelle foreste o nei dojo sperduti finisce a darsi mazzate a scena aperta.

E, incredibile ma vero, la storia parte proprio da lì.

Lontano dalle derive paramilitari del film anni Novanta, il racconto segue Ryu e Ken alle prese con un invito misterioso che li costringe a confrontarsi non solo con lottatori provenienti da ogni angolo del globo, ma anche con le ombre del proprio passato marziale, che li aveva portati ad allontanarsi e non parlarsi più per 6 anni.

Dietro l’organizzazione della competizione si muovono gli interessi occulti della Mister Bison determinato a sfruttare l’energia spirituale sprigionata durante i combattimenti più violenti per diventare sempre più potente portando in scena la quintessenza del suo face meme.

Tra rivalità storiche, alleanze improvvisate e il richiamo costante dell’onore sul ring, i protagonisti intraprendono un viaggio che attraversa l’arena di Bison e scenari iconici, cercando di svelare il vero scopo del torneo prima che sia troppo tardi.

Un po’ zoppa un po’ geniale

La regia dimostra una sincera devozione visiva verso il materiale originale, cercando di replicare il dinamismo del picchiaduro senza trasformare le coreografie in un collage caotico di stacchi rapidi.

Nei primi due atti la macchina da presa sa muoversi con discreta lucidità, alternando inquadrature ampie per valorizzare il footwork degli atleti a primi piani carichi di tensione prima dello scontro.

Si nota il tentativo di dare tridimensionalità ai colpi, impostando una narrazione visiva che predilige la fluidità del movimento alla confusione del montaggio moderno.

Tuttavia, la mano dietro la macchina fatica a mantenere la stessa coerenza ritmica quando l’azione lascia il posto ai dialoghi di raccordo, mostrando una certa insicurezza nel gestire le pause drammatiche e la progressione degli archi narrativi.

Sono attori non è il videogioco

Il cast offre una resa altalenante ma complessivamente godibile, soprattutto quando si tratta di incarnare il puro carisma fisico dei lottatori più amati del roster.

Al centro della scena troviamo Andrew Koji nei panni di Ryu e Noah Centineo in quelli di Ken Masters: una coppia che sulla carta poteva destare qualche perplessità, ma che sul grande schermo trova un’ottima alchimia.

Koji porta in dote il rigore marziale e l’intensità drammatica che già gli conoscevamo, mentre Centineo indossa con disinvoltura la canotta rossa e l’arroganza spavalda dell’americano danaroso, restituendo quel dualismo fraterno fatto di punzecchiature verbali e rispetto reciproco che ha sempre contraddistinto il loro legame.

Molto convincente anche la presenza scenica di Callina Liang nei panni di Chun-Li, resa con dignità e senza scivolare nella macchietta fan service, forte di una credibilità atletica evidente in ogni postura e nelle sequenze di scontro ravvicinato.

Laddove il comparto attoriale mostra il fianco è nella scrittura e nella gestione di comprimari e villain secondari.

Se da una parte David Dastmalchian prova a infondere una follia metodica al suo spietato M. Bison, dovendo fare i conti con l’ingombrante fantasma dell’istrionico Raúl Juliá, dall’altra l’affollamento di celebrità finisce per sacrificare la sostanza.

Tra Curtis “50 Cent” Jackson nel ruolo del pugile Balrog, Jason Momoa nei panni selvaggi di Blanka, Cody Rhodes come Guile e Olivier Richters a prestare i suoi centimetri a Zangief, molti volti restano intrappolati in battute monodimensionali o in comparsate fugaci.

Si scivola spesso in interpretazioni sopra le righe che sfiorano l’eccesso teatrale senza mai possedere il genuino magnetismo camp di certe figure del passato, lasciando la sensazione che a diversi interpreti mancasse lo spazio materiale per dare una vera anima al proprio personaggio sul ring.

Tra What’s Up e un’animazione sublime

Sul piano acustico il film gioca saggiamente con l’effetto nostalgia, rielaborando in chiave orchestrale e moderna i temi storici dei singoli personaggi per esaltare i momenti cruciali dei duelli.

I colpi d’impatto e il missaggio audio restituiscono un’ottima pesantezza a pugni e calci, facendo sentire il peso dei corpi sulle superfici di scontro.

Sentire cantare Ryu e Ken What’s Up e trovare brani iconici di Eminem, The Offspring, Muse e Arctic Monkeys elevano la colonna sonora ad uno dei punti forti della pellicola.

Gli effetti visivi svolgono un lavoro onesto nel tradurre le iconiche sfere di ki e gli attacchi speciali senza risultare posticci o eccessivamente cartooneschi, integrando le traiettorie luminose direttamente nel flusso dei movimenti dal vivo.

Il vero problema è che spesso la CGI sembra tornare al 1994 colpendo in negativo come per i capelli di Blanka che sono riusciti a distrarmi per quanto erano fatti male.

Invece quando in scena passano le immagini create con la sapiente animazione di Titmouse il tripudio in sale è alle stelle e questo ci porta a chiederci: ma perché non hanno fatto tutto il film così?

Chi ha tagliato quella scena?

Tirando le somme, non posso essere ipocrita: fino a tre quarti di proiezione il film mi stava pure piacendo, divertendomi.

Ero lì sulla poltroncina a godermi le scazzottate, forse troppo poche, pensando tra me e me che finalmente eravamo riusciti a sfatare la maledizione delle trasposizioni videoludiche fatte con i piedi.

Poi però suona la campanella dell’ultima mezz’ora, e la pellicola decide inspiegabilmente di tirarsi un Hadoken dritto sui denti da sola.

Arrivati al momento culminante, infatti, è impossibile non affrontare il vero convitato di pietra della visione: l’atto finale si schianta a tutta velocità contro un buco di trama gigantesco che destabilizza completamente la logica costruita fino a quel secondo.

Ti ritrovi a guardare lo schermo con la classica faccia di chi ha appena perso una monetina perché il cabinato si è spento all’improvviso, con la netta e fastidiosa sensazione che qualcuno in sala di montaggio abbia preso le forbici per tagliare intere scene e chiudere la baracca in fretta e furia.

Questo pasticcio rovina l’esperienza complessiva, lasciandoti in bocca il sapore amaro di un’occasione d’oro mandata all’aria a un passo dal Perfect finale.

Eppure, proprio quando sei pronto a lanciare i popcorn verso il telo per la delusione, c’è un elemento che salva la pellicola dall’oblio e impedisce a questo reboot di finire nel dimenticatoio del trash: l’uso straordinario dell’animazione per i flashback curati da Titmouse.

Quegli intermezzi in 2D disegnati a mano sono una lettera d’amore purissima all’anime storico del 1994 e alla complessa lore del franchise di Capcom.

Vedere le origini di Ryu e Ken, i loro tormenti giovanili e le leggende del passato illustrate con quel tratto viscerale, ruvido e dinamico fa venire i brividi a chiunque abbia amato il brand.

È una trovata stilistica geniale, un vero gioiello visivo che rende finalmente il giusto merito al videogioco e che da sola vale praticamente il prezzo del biglietto, elevando questo Street Fighter a una piccola chicca imperfetta: un film zoppicante sul finale, certo, ma capace di regalare attimi di pura magia a chi è cresciuto inserendo gettoni di metallo con le mani consumate dai joystick.

Voto: 6.5

A cura di
Andrea Munaretto

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