Il primo maggio si è spento Alex Zanardi dopo un periodo lontano dai riflettori a causa dell’ultima beffa che il destino ha voluto riservargli. Ma chi è stato Alex e perché ognuno di noi ha un ricordo indelebile di un campione mai sbocciato del tutto in F1?
Era il 15 settembre 2001, i televisori erano ancora a tubo catodico: niente HD, niente OLED, ma solo una sgangherata TV 14″ a casa di mio nonno. In TV, su Italia 1, scorrevano le immagini della prima delle due gare europee del campionato Cart; era l’anno del ritorno negli Stati Uniti di Alex Zanardi dopo un anno di pausa per riprendersi dalla pessima annata in F1 con la Williams.
Per tutto il campionato Alex era sembrato la brutta copia del campione che aveva vinto solo pochi anni prima due campionati con Chip Ganassi, ma in quella gara in Germania qualcosa sembrava cambiare: la Reynard 01i motorizzata Honda di Mo Nunn sembra volare. Zanardi è sempre tra i primi posti e sente l’odore di una vittoria che saprebbe di liberazione da un periodo difficilissimo della sua carriera.
Io ricordo ancora di essere attaccato a quella piccola TV, non ascoltando le parole di chi mi stava attorno: stavo vedendo la fenice che risorgeva dalle sue ceneri con lo stesso ardore del mitico sorpasso a Bryan Herta a Laguna Seca nel 1996. Però, a 13 giri dalla fine, tutto cambia e quello che sembrava essere un semplice splash&go (tipico di quei campionati) si trasforma in tragedia.
Le immagini sullo schermo passano velocemente alla macchina di Zanardi che, uscendo dai box, perde il controllo, si gira e in questo movimento finisce perpendicolarmente in mezzo alla pista. Come una beffa del destino, sopraggiunge Alex Tagliani a tutta velocità, dividendo letteralmente in due l’auto del pilota italiano. In quel momento scende il silenzio; Andrea De Adamich in cronaca passa velocemente dalla gioia per un pilota italiano che sta per vincere alla paura che quel pilota non ci sia più.

Minuti interminabili e i Caschi d’Oro
Gli attimi scorrono con lo stesso ritmo di quando nel 1994 tutti si fermarono a vedere cosa stesse succedendo al Tamburello. L’ambulanza arriva velocemente, i medici dello storico team della Cart si adoperano per salvare la vita a Zanardi, che in quel momento è immobile dentro l’auto, rannicchiato come quel pupazzo con cui da bambini usavamo giocare.
I TG nostrani passarono dal parlare delle Torri Gemelle al salvataggio in extremis del pilota bolognese. Era salvo, sì, ma senza gambe e con una carriera spezzata. In molti dicevano che non si sarebbe mai più ripreso; altri che l’incidente era tutta colpa sua; altri ancora ricordavano le sue gesta americane e i suoi donut fatti ad ogni vittoria.
I mesi passarono, Alex venne trasferito in Italia, dal dottor Costa, che si mise subito all’opera per rimettere in piedi un pilota che da lì a non molto tempo sarebbe diventato il simbolo di un termine divenuto fin troppo d’uso comune: “resilienza”.
A dicembre 2001, il consueto appuntamento per premiare i piloti italiani meritevoli di ogni anno, i Caschi d’Oro, si trasforma in un momento di pura commozione. Sul palco arrivò Alex col dottor Costa. Il pilota avrebbe dovuto ricevere un premio speciale consegnato da Michael Schumacher, ma qui avvenne la prima svolta.
Prima della consegna del premio, il pilota bolognese si alzò dalla sua sedia a rotelle, facendo esplodere il teatro in un boato di gioia: questo fu il primo passo della sua rinascita.

Voglio tornare in macchina
Da quel momento Zanardi iniziò la sua nuova carriera motoristica. Nel maggio 2003 completò sul circuito del Lausitzring quei maledetti 13 giri mancanti della gara che gli aveva spezzato le gambe: 13 giri su una vera macchina da corsa, quella stessa Reynard con cui aveva gareggiato due anni prima.
Un’auto modificata per essere guidata solo con le mani (la prima volta che succedeva in questa categoria) e che Zanardi seppe portare al limite, tanto da far registrare tempi in linea con i primi cinque della qualifica della gara del 2003.
Questo exploit solleticò l’interesse di BMW, che diede l’opportunità al pilota bolognese di tornare stabilmente in gara nel Campionato Italiano Superturismo e nel WTCC, anni in cui il team Italy-Spain ha esaltato i tifosi con Zanardi e diversi piloti spagnoli che si sono succeduti Porteiro su tutti.
È in quel periodo che, per caso, conobbi Zanardi: era il 5 ottobre del 2008 ed ero a Monza per la tappa italiana del WTCC che aveva come campionato collaterale il GT Open. La mia presenza era dovuta ad amici di famiglia che mi portarono a vivere il weekend dai box di AF Corse, un team decisamente più piccolo di quello attuale (ma questa è un’altra storia che forse vi racconterò più avanti).
Pascolando tra box e paddock mi scontrai letteralmente con Zanardi, che si rivelò una persona splendida, divertente e quell’amico di cui hai bisogno ma che non lo sai finché non lo conosci. Nei momenti passati assieme prima della gara capii perché era tanto amato da tutti.

Le Paralimpiadi
La fenice era finalmente risorta e la sua nuova sfida era fuori dal motorsport. Come in ogni cosa che faceva, la sua ambizione era la vittoria, e quando decise di percorrere la strada dell’handbike lo fece solo con uno scopo: vincere.
La sua nuova vita paralimpica è un successo: 4 ori e 2 argenti paralimpici, più 12 ori mondiali corredati da 5 argenti e un bronzo. Numeri da far impallidire qualsiasi campione, un’affermazione che non era necessaria, ma che dimostra ancor di più la grandezza di un uomo che ha deciso di non accettare il destino e di riscriverselo.
“È possibile che se il fulmine m’è arrivato tra capo e collo una volta mi colpisca nuovamente, ma rimanere a casa per evitare e scongiurare quest’ipotesi significherebbe smettere di vivere, quindi no, io la vita me la prendo…”
— Alex Zanardi
Nel 2019 la sua ultima grande impresa: durante l’Ironman di Cervia, il pilota (sì, per me rimarrà sempre pilota) bolognese fece segnare il record del mondo della disciplina paralimpica. L’ultima ciliegina su una torta che sembrava non dovesse smettere di aggiungere piani.
Invece, il 19 giugno 2020, la mazzata che ha colpito lui, la famiglia e tutti i suoi tifosi. Nell’anno che ha sconvolto il mondo col Covid, quando tutti avevamo ancora la mascherina addosso, Zanardi, con altri atleti, prese parte a una staffetta di beneficenza su strada aperta. I giornali seguivano l’evento, ma sui TG di quel giorno non si parlò della gara, bensì di un incidente avvenuto sulla statale 146 a Pienza: Alex si era scontrato frontalmente contro un camion, l’ultima beffa di una vita fatta di sfide.

Il momento dell’addio
Da quel momento le notizie sulla salute del pilota bolognese furono date col contagocce per preservare la sua privacy e quella dei suoi cari (un nefasto parallelismo con Michael Schumacher), fino alla sveglia del 2 maggio. Era il giorno del mio compleanno e, tra i tanti messaggi di auguri, tanti erano quelli sui miei gruppi in cui si parlava del decesso di Zanardi.
Un pilota entrato in punta di piedi nel mondo sfavillante della F1 (ho voluto evitare la sua prima vita nel motorsport che conta con la Lotus) per salutare il mondo con lo stesso silenzio e senza clamori che ha accostato la sua lunga carriera, facendolo amare da tutti.
Oggi, a 3 giorni di distanza, le notizie sulla sua morte si sono affievolite, ma restano i post e i ricordi di chi l’ha conosciuto e ha saputo amare quel pilota sempre sorridente che tante, troppe volte ha giocato a scacchi con la morte; ma questa volta ha perso.
Per me rimarrà sempre un pilota che ha conquistato gli Stati Uniti con un folle sorpasso al Cavatappi di Laguna Seca (mi spiace per i tifosi di Rossi, ma quello di Zanardi è meglio), vincendo due campionati Cart in un momento in cui quel campionato riempiva i circuiti e mi teneva incollato davanti a Tele+ con un Vanzini nel suo prime.
Un pilota che ricorderò sempre per quel “ciao” bolognese quando lo incontrai, un pilota che ha dimostrato che le disgrazie sono solo piccoli incidenti di percorso e tutto si può risolvere, basta volerlo. Quindi ciao Alex, rimarrai sempre un ricordo dolce in tanti circuiti e per tante persone che ti hanno preso da esempio per la loro carriera..
A cura di
Andrea Munaretto
Photo Courtesy
DepositPhoto
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